Sembra lo slogan di un noto marchio cosmetico, ma è un dubbio, se
vogliamo, che inizia a tormentare parecchie donne, che non solo non
riescono a smettere di acquistare qualsiasi cosa, bensì molto spesso non
trovano soddisfazione al termine dei loro acquisti.
Abbiamo voluto indicare in linea generale il termine shopping
e non associare nessun aggettivo, proprio perché questa parola, come il
suo significato, è stato demonizzato non poco negli ultimi tempi. Basta
pensare a quando proponiamo al nostro compagno: “Andiamo a fare shopping?” Nella quasi totalità dei casi ci troviamo di fronte a risposte di questo tipo: “No, mi dispiace ho da fare“; “Perché non vai con le tue amiche?”; oppure “Assolutamente no, tu mi fai impazzire quando mi chiedi di andare a fare shopping, torno a casa con il mal di testa.

Chiusa questa parentesi tra il grottesco e il comico, torniamo ad
analizzare una dipendenza che sta interessando sempre più donne. Perché
si diventa shopping addicted? Per varie ragioni: per
colmare delle carenze affettive; perché a nostra volta siamo vittime di
un’altra brutta sindrome denominata dell’“accumulatore seriale”; o più
semplicemente abbiamo una tale disponibilità economica che non troviamo
altro modo (o meglio non vogliamo trovare altro modo) che investirla in
scarpe, abbigliamento e accessori.
Quando lo shopping non è piacere ma un malessere psicologico
Per spiegare in modo più dettagliato e scientifico il malessere da
shopping compulsivo,
Moda e Style ha voluto introdurre in questo servizio alcuni estratti di un articolo della
Dott.ssa Maria Monica Ratti (
Consulente per il servizio di Psicologia Clinica della Salute dell’Ospedale San Raffaele Milano), pubblicato sul portale
Psicologi del Benessere . Iniziamo da una parola: “
Oniomania”,
ovvero la mania del comprare, dal greco oniomai, è il primo termine
utilizzato per descrivere ciò che oggi chiamiamo shopping compulsivo, un
fenomeno che solo negli ultimi decenni è stato preso in considerazione
da indagini specifiche della letteratura psicologica e psichiatrica e da
indagini di mercato sul comportamento dei consumatori. Lo shopping
compulsivo va considerato una dipendenza legata aì cambiamenti culturali
ed economici degli ultimi anni .
Il mezzo che oggi più che mai “aiuta” a spendere denaro, anche quando la disponibilità fisica non c’è è la carta di credito,
croce e delizia delle shopping addicted. Ma come ogni “strumento”, se
non utilizzato con parsimonia, self control e intelligenza, finisce con
diventare un’arma a doppio taglio. Compri oggi e paghi tra un mese, ma
il conto alla fine arriva e se non ci si impongono dei limiti di spesa,
eccedere nelle spese è un attimo. Poi arrivano le lacrime da coccodrillo una volta aperto l’estratto conto bancario…
Chi diviene dipendente dallo shopping inizialmente non riesce a
vedere il comportamento come problematico, considerandolo un sollievo
immediato dallo stress e una fonte di gratificazione personale. Proprio
questa illusoria ricompensa iniziale rinforza il comportamento,
determinando poi processi compulsivi e ripetitivi. Quando il
comportamento diviene più frequente, sentimenti di grandiosità possono
portare l’individuo a immaginarsi immune dagli effetti negativi della
propria attività compulsiva. La perdita di controllo, derivante dalla
spinta a comprare più di quanto sia necessario o ci si possa permettere,
è spesso seguita da depressione, vergogna e senso di colpa. Talvolta si
arriva ad evitare totalmente il confronto con gli altri , ad isolarsi
nel proprio mondo immaginario.
I soggetti più a rischio
Donne. Sono le donne i soggetti considerati a rischio
da shopping compulsivo. Recentemente questa problematica sembra
coinvolgere anche una certa nicchia di uomini. Si tratta di ragazzi
giovani, istruiti e con discrete possibilità economiche. Spesso sono
professionisti che si mostrano interessati alla moda, alla cura di sé e
la cui identificazione con il ruolo maschile risulta sicuramente meno
tradizionale. Lo shopping compulsivo rimane tuttavia, soprattutto in
Italia, un disturbo più rappresentato dalla popolazione femminile.
L’età media di insorgenza è stimata intorno ai 17/18 anni , ma la presa di coscienza del problema generalmente sopraggiunge circa un decennio dopo l’esordio.
La “cura”
Il primo passo assolutamente fondamentale è la presa di consapevolezza del problema,
senza nascondersi rispetto agli aspetti ludici e desiderabili del
comprare (la presenza di saldi, offerte, “non ce l’ho”, il bisogno di
cambiare stile/armadio/colore…). Importante, poi, la comprensione di
quanto questi comportamenti compulsivi parlino di una problematicità,
che va oltre la concretezza dei gesti, che dice di un bisogno emotivo e
affettivo, di un bisogno di maggior valorizzazione del proprio valore,
indipendente da ciò che si possiede.
Care amiche di Moda e Style vi lasciamo con un paio di aforismi a tema, tratti da due libri che vi consigliamo col sorriso:
“Dovrebbero includere lo shopping tra le attività ad alto rischio
cardiovascolare. Il cuore non mi batte mai così forte come quando vedo
un cartello di RIDOTTO DEL 50%“.
Sophie Kinsella (Madeline Wickham), I Love Shopping, 2000
“Lo shopping è terapeutico e per questo direttamente
ricollegabile al nostro umore. Andiamo a far compere quando abbiamo
bisogno di riflettere, passeggiamo fra i negozi con sguardo famelico,
guardiamo le vetrine e fra una presa di coscienza e un nuovo paio di
scarpe ritroviamo la serenità“.
Sonia T. Grispo, Come vivere alla moda, 2012